martedì 19 maggio 2009

Cassino, 20 maggio 2009

COLLOQUIO INTERNAZIONALE SUL PENSIERO DI LUDWIG WITTGENSTEIN

SENTIRE L’INDICIBILE: SENSO E NON-SENSO NEL TRACTATUS LOGICO-PHILOSOPHICUS*

PROGRAMMA
ore 17.00
Sala della Biblioteca comunale, Cassino
Introduzione:
Fausto PELLECCHIA
Università degli Studi di Cassino
Interviene:
Vicente SANFELIX
Ordinario di Storia della filosofia
Università di Valencia

Università degli studi di Cassino
Facoltà di Lettere e Filosofia
Dipartimento Filosofia e Comunicazione

*Il testo della relazione del prof. Vicente Sanfelix sarà disponibile in lingua castigliana con traduzione italiana a fronte, presso il banco d’ingresso della Biblioteca.

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domenica 23 novembre 2008

Università. Proposte invasate: abolire i concorsi

Comincia a farsi largo una pubblicistica ostile ai concorsi pubblici, che raccoglie correnti di varia irragionevolezza, di cui forse il libro di Roberto Perotti “L’università truccata” fornisce l’esempio più articolato. Talvolta è citato, talaltra no, comunque molti incompetenti politici si adoperano per diffonderne le conclusioni sbagliate.

Ad esempio, “Il Messaggero” del 21 novembre 2008 dedica uno spazio alla riflessione di Silvio Garattini, vacca sacra della ricerca scientifica italiana, che si spericola in un intervento intitolato: “Università, Proviamo ad abolire i concorsi”.

Ricette per rendere competitiva l'università italiana. C’è di tutto un po’: reclutamento: abolizione dei concorsi pubblici e liberalizzazione delle assunzioni; governo: abolizione degli organi di autogoverno e della democrazia accademica; didattica: teleapprendimento, esternalizzazione del corso di laurea triennale, abolizione del valore legale della laurea; finanziamento: proporzionale al numero di studenti che dopo la laurea superano l’esame di Stato; ricerca: spartire la torta dei finanziamenti pubblici con enti privati; dulcis in fundo valutazioni politiche e psicologiche: il movimento dei lavoratori e ricercatori precari che sta tracciando le linee di un’autoriforma dell’università è una “piazza” cui non dare troppo ascolto, “spesso tende a difendere magari inconsciamente interessi corporativi”.

Nulla di nuovo sotto il cielo dell’attacco al sistema didattico pubblico dunque, ma la sponsorizzazione arrogante e pericolosa di una dottrina da consiglio d’amministazione come panacea dei mali dell’università, proprio perché proveniente da voce autorevole (Garattini è un farmacologo ottuagenario di chiara fama), va segnalata.

Il lato divertente della faccenda sta nel constatare, ancora una volta, come i nostri Savonarola si dimentichino del loro fervore solo quando si tratta di prender soldi dalla collettività. Precettano sull’autonomia e hanno in dispregio tutto ciò che è statale, burocratico, sprecone e chi più ne ha più ne metta, ma non si scornano a chiedere finanziamenti statali per le loro strutture “private non-profit e industriali”.

Il punto è che forse non credono neanche loro più di tanto al mercato; ma si prestano alla credenza come tipici casi analitici di soggetti supposti credere. Quando credere nel mercato diventa impossibile per tutti, avendo eroso nell'economia finanziaria le sue basi minime di credibilità, proprio allora per loro è il momento di credere: la stessa magica credenza dovrebbe giustificare il tentativo di trasformare l’università in una cosa del mercato.

Quando concepiamo l’università come un’azienda (magari sovvenzionata dallo Stato), dove il potere di assunzione spetta ai manager (magari riciclati da qualche bancarotta), con tanto di Consiglio d’Amministrazione che nomina il Rettore e i Prorettori e che realizza gli obiettivi di bilancio attraverso la gestione delle risorse umane (i professori-dipendenti e i collaboratori-precari senza nulla a pretendere in termini di assunzione), non dovremmo dimenticare che il realismo di questo scenario si affida alla forza persuasiva di un’illusione. Questa: non verrà la Buona Università, finché non verrà il Merito, e non verrà il Merito, finché non sarà sfasciato tutto ciò che è pubblico.

Nella pubblica amministrazione il concorso non si può mettere in discussione, perché sancito dalla Costituzione (art. 97), come regola generale per il reclutamento del personale. Così nella magistratura (art. 106). Quanto alla scuola, il concorso è stato già abolito con l’introduzione dei baracconi SSIS, oggi sospesi. Ed è la volta dell'università: l’onestà meritocratica contro la deprecabile disonestà dei concorsi manovrati dai baroni.

La presunta onestà, lo spirito pragmatico e semplificatorio di chi inneggia al merito e farebbe a meno dei concorsi viene comunemente assimilato a una sorta di operazione verità: è inutile prenderci per i fondelli, alla fine i concorsi sono truccati, li vincono i figli, le mogli, le amanti, gli amici e gli amici degli amici. Meglio essere onesti fino in fondo e abolirli questi concorsi! Affidiamoci a professionisti privati della selezione!
Ma è veramente un’operazione verità? o nasconde l'ennesima mala fede?

Al contrario di quanto è comodo credere, abolire i concorsi non sarebbe che l’ultima ipocrisia di chi comprende che tutto ciò che oggi si può fare manipolando i concorsi, domani lo si potrà fare meglio senza il lacciuolo dei concorsi. Insomma, il rischio è che il mantra della meritocrazia evochi, in bocca agli invasati di aziendalismo, il modo compiuto per perpetuare l’immobilità sociale e l’assenza di merito in questo paese.

Nell'università italiana l'istituzione del concorso pubblico è stata snaturata per consentire la cooptazione. Domandiamoci dunque se l’atto di pulizia consista qui nell’istigare all’abolizione dei concorsi o nel pretendere che diventino trasparenti. Se sia più onesto abolire il meccanismo del concorso pubblico o cambiare il modo di farlo.

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